sabato 3 dicembre 2016

La sesta declinazione: Love

di Carlo Maria Nardiello


Le donne, i cavallier, l’arme, l’amor: il chiasmo del Furioso sembra essere la sintesi più adatta per raccontare la mostra LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore, in scena all’interno del Chiostro del Bramante. Le donne e gli uomini (moderni cavalieri) che, indossando i panni dell’artista, hanno contribuito alla ricchezza contenutistica del tema per eccellenza (l’Amore) tramite l’affannoso ricorso ai più svariati strumenti (armi) in proprio possesso sono i protagonisti di questa delicata e storica mostra. 
Radunare in un unico spazio le manifestazioni artistiche contemporanee dedicate al più classico fra i temi è senza ombra di dubbio significativo di un’urgenza umana e universale che non poteva essere taciuta e trascurata: ecco, quindi, che la mostra capitolina dedicata all’Amore assume una valenza curativa e terapeutica. Il colpo d’occhio si realizza sin dall’avvio dell’iter grazie all’installazione bicromata Amor di Robert Indiana (1928), che riesce nel tentativo di rendere tridimensionale un sentimento solitamente confinato all’animo. 
La mostra, che non intende rispondere alla domanda “che cos’è l’amore?” ma offrire una molteplicità di punti di vista, indica un cammino che dalla Pop Art di Tom Wesselmann (1931-2004) -sue le tre opere Smoker del ’71 e Sunset Nude e Smoker #3 3-D del 2003- e di Andy Wharol (1928-1987) prosegue come un flusso ininterrotto di immagini, installazioni, sculture, video e foto (praticamente tutto il bagaglio creativo del secolo scorso).


La proposta del curatore dell’evento, Danilo Eccher, prosegue difatti lungo le “parole al neon” di Tracey Emin (1963), le sculture violente e crude di Mark Manders (1968), il video di ventun minuti Love della più nota artista australiana dei nostri tempi, Tracey Moffatt (1960) e Crystal Gaze, il video di cinquanta minuti realizzato dalla regista e sceneggiatrice francese Ursula Mayer (1971). 
Rifuggendo dalla banalità espositiva e cercando una partecipazione del pubblico (incentivando in tal modo una fruizione partecipata e partecipativa all’allestimento museale) la mostra celebra con una sala-privé Ragnar Kjartansson (1976), l’artista islandese autore del video di trenta minuti dal titolo God, nel quale la messa in scena sui toni del rosa fa da sfondo teatrale ad un’orchestra e all’artista stesso nell’atto di cantare Sorrow will conquer Happiness. “Art for all” è, invece, il manifesto gridato dalla coppia artistica Gilbert&George (Gilbert Prousch del 1943 e George Passmore del 1942) qui esposti con due opere della serie Union Jack, dove è forte sin dal titolo l’amor di patria professato dai due inglesi. Le colorate e sonore installazioni di Nathalie Djurberg e Hans Berg (entrambi del 1978) riempiono il vuoto creativo della modernità con immagini e creature frutto della fantasia proposte dalla serie The Clearing, quasi un inno al mondo delle fiabe.
Il mega Coraçao Independente Vermelho #3 è il cuore vermiglio (di oltre tre metri d’altezza per due di larghezza) pendente dal soffitto realizzato dall’artista Joana Vasconcelos, nativa francese ma attiva a Lisbona. Frutto di materiali di recupero di varia natura, le sue opere sono un inno all’oggetto decontestualizzato che si arricchisce di molteplici e insperati nuovi significati. Direttamente dall’informalismo britannico della “squadra” nota come Young British Artists (della quale fa parte, fra gli altri, anche il più pagato artista contemporaneo, Damien Hirst) è Marc Quinn (1964), qui presente con due olii su tela, un’installazione e una scultura. Proprio quest’ultima risulta la più coerente col resto della mostra e insieme la più dissacrante: Kiss, ovvero il bacio tra due innamorati deformi, ben lontani dai crismi della bellezza classica. La malattia, l’imperfezione si guarisce tramite l’eterno bacio fra i due amanti.
Ben tre sono gli italiani presenti nella cornice decisamente internazionale allestita presso il Chiostro del Bramante: Vanessa Beercroft (1971), genovese ma attiva a Los Angeles, che al centro della propria ricerca espressiva ha messo il corpo femminile ricorrendo alle perfomance con nudi in movimento, ma soprattutto a fotografie digitali (le due in mostra VBSS.010.MP e VBSS.003.MP, entrambe del 2006) e video che trascendono per natura dalla realizzazione in sé conclusa e assurgono a opere replicabili sempre e ovunque. Francesco Vezzoli (1971) guarda letteralmente al Passato, in gioco di sguardi che si specchiano nell’iconica bellezza della classicità, in una serie di fotografie “sovrastrutturate” della serie La Nuova Dolce Vita, nelle quali l’attrice Eva Mendes si confronta ora con Paolina Borghese, ora con la Venere del Trono Ludovisi. 


I delicati acquerelli di uno dei più famosi artisti italiani viventi, il napoletano Francesco Clemente (1952), accompagnano all’ultima tappa della mostra. Negli anni Settanta è stato esponente di spicco della Transavanguardia, uno degli ultimi movimenti artistici nostrani ad aver avuto un teorizzatore (il critico Achille Bonito Oliva) e un cenacolo d’artisti (Sandro Chia, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino): le quattro opere in mostra di Clemente, tutte recenti, esulano dalla stravaganza altrove smaccatamente ostinata all’interno della mostra e celebrano l’amore coniugale, con la moglie nelle vesti di musa ispiratrice. 

Ultimo passaggio del viaggio sulle note dell’amore novecentesco è il confortante approdo –che in realtà rappresenta un nuovo inizio- della Infinity Room di Yayoi Kusama (1929) dal semi-biografico titolo All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, del 2016. Per la prima volta in Italia, dopo milioni di visitatori nella recente esposizione londinese, l’ottantaseienne artista giapponese aggiunge un altro tassello alla ricerca artistica iniziata nel ‘57 a New York. Un’istallazione fatta di legno, specchi (soprattutto specchi), plastica, acrilico e luci a led che cala l’osservatore in un caleidoscopio esistenziale grazie al quale la presenza del sé si fa co-protagonista dell’opera d’arte. Non è forse questo l’amore più grande? Darsi, e invitare gli altri a fare lo stesso, l’opportunità di vivere tutte le vite racchiuse nell’arco della nostra esistenza, in prima persona eppure mai soli, all’insegna della bellezza?


mercoledì 23 novembre 2016

Epifanie. Mostra concorso internazionale



“EPIFANIE”
Mostra concorso internazionale di Arti visive
Cappella Palatina 
Castello di Lagopesole, Avigliano (PZ)

Regolamento

1. L’Associazione In Arte Exhibit, indice un bando per la realizzazione di una mostra concorso internazionale di arti visive a tema sacro dal titolo “EPIFANIE”, che si inserisce all’interno del progetto espositivo avviato attraverso la rivista “In Arte Multiversi”, periodico specialistico a diffusione nazionale edito dalla stessa associazione. 

2. Obiettivo della rassegna “EPIFANIE” è diffondere l’arte contemporanea attraverso la contaminazione tra differenti forme ed espressioni artistiche, per mezzo di una mostra concorso internazionale a tema sacro. L’evento artistico si terrà nella Cappella Palatina del Castello di Lagopesole, sito nel Comune di Avigliano (PZ) dal 12 dicembre 2016 al giorno 8 gennaio 2017, offrendo un’importante occasione di visibilità ad artisti di ogni provenienza. 

3. La mostra è aperta a tutti gli artisti italiani e stranieri che operano nei campi della pittura, scultura, disegno, illustrazione, installazione, fotografia, arte digitale e grafica. Ogni artista può partecipare con una o due opere, di cui garantisce di essere l’autore. Le opere potranno essere realizzate con i materiali e le tecniche che gli artisti riterranno più opportune. Le dimensioni massime consentite per ciascuna opera sono di cm. 100x100.

4. Per ogni artista che intenda partecipare alla mostra è prevista una quota di iscrizione per ogni opera di € 50 che servirà a parziale copertura delle spese organizzative. Il versamento dovrà essere effettuato entro e non oltre il giorno 4 dicembre 2016 tramite bonifico bancario, utilizzando il codice IBAN IT38W0878404200010000018728 su C.C. Banca Monte Pruno intestato a In Arte Exhibit inserendo come causale la dicitura “Iscrizione alla mostra ‘EPIFANIE’”. È possibile, in alternativa, versare la quota di partecipazione in contanti direttamente presso la redazione di “In Arte”, in Largo Pisacane 15 a Potenza. 

5. Per partecipare alla mostra, tutti gli artisti dovranno inviare entro e non oltre il giorno 4 dicembre 2016 all’indirizzo email eventi@in-arte.org il seguente materiale:
  • domanda di partecipazione compilato in tutte le sue parti e firmato; 
  • prova dell’avvenuto versamento della quota di iscrizione; 
  • immagini delle proprie opere in formato JPG o PDF di buona risoluzione;
  • breve curriculum artistico (non obbligatorio). 
6. Al comitato artistico e organizzativo costituito dai componenti della redazione di “In Arte”, è riservato il diritto insindacabile di selezionare le opere migliori, che saranno esposte all’interno della mostra. Criteri fondamentali di selezione saranno la qualità, la ricerca e l’originalità. Sarà compito della redazione comunicare con estrema immediatezza a ciascun artista l’eventuale ammissione alla mostra. 

7. Agli artisti non selezionati sarà restituita la quota di iscrizione, da cui verrà detratta la somma di € 10 a copertura delle spese per i lavori della commissione esaminatrice. Gli artisti selezionati che decideranno in un secondo momento di ritirarsi non riceveranno indietro la quota di iscrizione versata. 

8. Le opere selezionate dovranno essere consegnate entro e non oltre il giorno 9 dicembre 2016, a mano oppure fatte pervenire tramite posta o corriere presso la sede di “In Arte Exhibit”, in Largo Pisacane 15, 85100 Potenza, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00. 

9. Ciascuna opera dovrà essere fornita di attaccagli o supporti adeguati. Saranno estromesse dalla mostra (ed escluse quindi anche dalla visibilità sulle piattaforme internet di “In Arte”) le opere non idonee all’esposizione. L’Organizzazione, inoltre, ricusa qualsiasi responsabilità per gli eventuali danni che potranno subire, durante la spedizione e il successivo trasporto alla sede, le opere non debitamente imballate e si riserva la facoltà di escludere dalla mostra anche queste ultime. 

10. Tutte le spese di imballaggio e di trasporto delle opere saranno a carico dei partecipanti. L’imballo dovrà essere riutilizzabile per l’eventuale ritorno tramite corriere. Le opere spedite non necessitano di bolla di accompagnamento, purché sull’imballo risulti la dicitura “Esente da bolla di accompagnamento ai sensi dell’art. 4, comma 2, del D.P.R. 627/78”. 

11. È prevista la diffusione di comunicati stampa a giornali, radio, televisioni e siti internet locali, nazionali e internazionali. L’evento verrà segnalato, inoltre, tramite la newsletter di “In Arte” a una mailing list di circa 10.000 indirizzi, nonché attraverso il sito web della rivista e agli iscritti alla pagina Facebook di “In Arte”. Nella comunicazione è compresa anche la stampa e la diffusione di manifesti, locandine e inviti

12. Il comitato artistico e organizzativo valuterà nuovamente le opere in concorso. In base al suo giudizio, che sarà insindacabile e inappellabile, verrà stilata una graduatoria che designerà tre vincitori, i quali avranno diritto ai seguenti premi:
  • 1° classificato: recensione critica sulla rivista “In Arte Multiversi” + targa di riconoscimento + attestato di partecipazione + 120 copie della rivista “In Arte Multiversi”; 
  • 2° classificato: recensione critica sul sito “In Arte” + targa di riconoscimento + attestato di partecipazione; 
  • 3° classificato: targa di riconoscimento + attestato di partecipazione. 
13. Tutti gli artisti partecipanti riceveranno un attestato di partecipazione. Alle opere ammesse al concorso verrà riservato un piccolo spazio all’interno dell’articolo che sarà pubblicato sulla rivista “In Arte” a conclusione dell’evento. 

14. I vincitori verranno annunciati nel corso della cerimonia di premiazione, prevista per il giorno 8 gennaio 2017 a partire dalle ore 17.00 presso la Cappella Palatina del Castello di Lagopesole nel Comune di Avigliano (PZ). 

15. Esaurita la manifestazione, le opere potranno essere ritirate dagli artisti o da loro incaricati muniti di delega scritta entro i 7 giorni successivi alla data di chiusura della mostra. Le opere che non verranno ritirate nei tempi stabiliti saranno rispedite ai rispettivi autori con addebito delle spese a carico del destinatario. 

16. L’Organizzazione garantisce la massima cura e custodia delle opere ricevute, ma declina ogni responsabilità per eventuali danni, manomissioni, incendi, furti, smarrimenti, eventi naturali ecc. che potranno verificarsi durante il periodo in cui i lavori rimarranno presso la sede espositiva. Se lo riterranno opportuno, gli artisti potranno provvedere per proprio conto e a loro nome a sottoscrivere l’assicurazione dell’opera.

17. Ogni partecipante concede in maniera gratuita i diritti di riproduzione fotografica o con qualsiasi altro mezzo delle opere presentate per tutte le attività connesse alla promozione e comunicazione del premio. Si intendono esclusi, invece, i diritti di utilizzo delle immagini per campagne pubblicitarie, campagne stampa e affissioni, che non abbiano direttamente attinenza al premio o ad altre attività connesse.

18. I dati personali dei partecipanti saranno trattati in conformità al D.Lgs. 196/03 sulla Privacy al solo fine del corretto svolgimento della manifestazione e gli stessi conserveranno i diritti previsti dall’art. 7 del D.Lgs. 196/03.

19. L’Organizzazione si riserva il diritto di apportare in qualsiasi momento eventuali modifiche al presente bando esclusivamente per la buona riuscita della manifestazione o per cause di forza maggiore. 

20. La sottoscrizione e la presentazione della domanda di partecipazione implicano la completa ed incondizionata accettazione del presente regolamento. 

21. L’utilizzo integrale o parziale del presente regolamento è consentito soltanto ai fini della diffusione della manifestazione. Ogni abuso verrà perseguito a norme di legge.




Segreteria Organizzativa “In Arte Multiversi”
Largo Pisacane 15, 85100 Potenza
Infoline: - 330 798058 - 392 4263201 (ore 10.00-13.00, 17.00-20.00)
E-mail: informazioni@in-arte.org - eventi@in-arte.org
Sito web: www.in-arte.org - Facebook: https://www.facebook.com/InArte/



martedì 22 novembre 2016

YAYOI KUSAMA: Infinity Room e altre stanze

di Carlo Maria Nardiello


Nascere nel 1929 in Giappone e crescere con una madre ultra-tradizionalista può marchiare a vita. Se poi sin da piccoli al nihonga (tipica forma d’arte orientale) si oppone una creatività già molto personale e anti-accademica e se, poco più che ventenne, si riceve da parte di Georgia O’Keefe un forte incoraggiamento a proseguire la propria personalissima sperimentazione artistica, allora non si può voltare le spalle ad un destino praticamente segnato. Questo, e molto altro ancora, è Yayoi Kusama, l’artista più famosa al mondo, che nel 1975 ha scelto il ricovero in un ospedale psichiatrico poco distante dal suo studio e che attualmente espone a Roma, presso il Chiostro del Bramante, l’ultima delle sue Infinity Room: All the Eternal Love I Have for the Pumpkins.
Quando appena ventisettenne Kusama approda a Seattle e poi a New York respira finalmente aria di libertà, di possibilità, di apertura al nuovo e, pur senza riconoscersi in nessuna moda, sa di trovarsi nel posto giusto per dar forma e sostanza alla propria urgenza artistica. Una necessità inestricabilmente radicata nelle viscere di una mente da sempre assediata e perseguitata da allucinazioni, straniamenti, tendenze suicide e manie compulsive che obbligano l’artista a crearsi una valvola di sfogo, o meglio un raccoglitore estraneo da sé nel quale far confluire tutto ciò: ecco l’urgenza del fare artistico di Kusama. Ed ecco spiegata la ragione per la quale l’artista e l’interprete coincidono nella stessa persona. 
Troppe volte affiancata alla Pop Art, al Minimalismo statunitense, all’Arte Femminista, Yayoi Kusama è rimasta per lunghissimo tempo un outsider. Fino a pochi anni fa, quando un rinnovato e imprevisto successo ha fatto schizzare le quotazioni del mercato alle stelle e personali organizzate in giro per il mondo (con presenze di pubblico solitamente destinate alle star del cinema e della musica) hanno stabilito che l’ormai anziana artista dovesse essere un totem del Contemporaneo. Ecco realizzato il sogno, mai sconfessato, di conquistare la fama mondiale da parte della bambina perseguitata dai propri demoni. Culminante consacrazione del “contemporaneismo” più smaccato e marchettaro è la collezione del 2012 di serie limitata Yayoi Kusama for Louis Vuitton commissionata dal creative director della maison del lusso Marc Jacobs. 
Provocatoria e dissacrante sin dai primi successi che risalgono alla serie Infinity Nets, quando su enormi tele la giapponese dipingeva in maniera ripetitiva e ossessiva centinaia di piccoli dots, i pois, a formare reti e reticoli che a loro volta erano punti vicini e lontani di altri mondi possibili, vicini e lontani anch’essi. Una forma di self-oblitaration, come confessato dall’artista stessa, questa ripetizione insistente e maniacale di punti colorati, nell’increscioso tentativo di espellere i tormenti e scacciare i folli impulsi incontrollabili del proprio io tormentato e perseguitato. Una presenza biografica totale all’interno dell’opera d’arte radicalizza l’assenza di un codice di decodifica delle immagini. Il pensiero dominante dell’artista lo si trova espresso dappertutto, se ne coglie perfino il profumo nei colori accesi, spesso bicromie di bianchi e rossi oppure di neri e gialli. 


L’obliterazione operata da Kusama rende illeggibile la “scrittura di senso” tradizionale e rimuove dalla memoria le isterie biografiche di cui è affetta: momentaneamente svuotata e liberata, l’artista rigetta nelle stanze (Infnity Room) macchie di colore a puntini che sono frammenti di vita e vite altrui. Nell’ultimo decennio le stanze di Kusama, poco più di 20 metri quadrati ciascuna, hanno accolto milioni di ospiti. Colei che ha relegato la propria esistenza in una clinica psichiatrica ha aperto le porte dell’intimità più profonda a tutti: fermarsi e affermarsi all’interno di esse comporta la possibilità di scoprire e scoprirsi, sempre diversi e riflessi in specchi reali e mentali, causando una moltiplicazione dell’immagine riflessa labirintica, come solo la mente e la psiche di ciascuno può essere. Dalle stanze si entra e si esce, accolti e poi scacciati, le Stanze Infinite di Kusama si sovrappongono alla dimensione dello Spazio: infinito. 

Fra le prime ad essere realizzate è Phalli’s Field (1965), all’interno della quale multiformi falli plastici bianchi con pois rossi edificavano un corridoio verso le pulsioni e gli appetiti umani. Provocazione mista ad auto-medicazione rendono le Stanze una galassia rassicurante, un accumulo caotico ma calmo all’interno del quale perdersi per poi ritrovarsi, prima soffocando e poi espellendo l’artista dalle proprie ossessioni, identiche solo a se stesse.
Del 2016 è l’ultima istallazione, All the Eternal Love I Have for the Pumpkins: un quadrato magico nel quale lasciarsi rapire per venti secondi in visionaria compagnia delle tanto amate zucche, le quali, grazie alla rifrazione speculare e ad un uso strategico dei led, indicano mille e mille direttrici lungo le quali riconoscere se stessi. Forse un indizio circa la possibilità in dote a ciascuno di noi di intraprendere qualsivoglia percorso vitale ed esperienziale, senza per questo perdersi, ma anzi riconoscendosi sempre dinnanzi allo specchio per realizzare, infine, il proprio cammino di auto-comprensione sfruttando al meglio il poco tempo cui tutti devono prestar attenzione. Una stanza tutta per sé diventa una stanza del sé per tutti: Yayoi Kusama progetta una quarta dimensione nella quale l’immateriale diventa materia infinita.  


giovedì 10 novembre 2016

Un luogo da vivere: il Cimitero degli Artisti e dei Poeti di Roma

di Carlo Maria Nardiello


È una meditative walking quella che si percorre all’interno del Cimitero Acattolico nel quartiere Testaccio di Roma, meglio noto come il Cimitero degli Artisti e dei Poeti. L’umana, e unanime, paura dell’oblio, che si traduce in dimenticanza, è quella che accompagna l’esistenza fino al momento nel quale il nome di ciascuno viene scolpito nella pietra. In tal modo la memoria è preservata, i passanti possono conoscere -o riconoscere- i nomi, quasi mai la vita che c’è stata dietro. 
Che questo sia un luogo intimamente radicato nel Passato lo si evince sin da subito, grazie alla Piramide di Caio Cestio (completata nel 12 a.C.) che come una meridiana segna l’inesorabile scorrere del tempo con la sua lunga ombra proiettata sul curato verde del monumento alle vite trapassate. La Via Ostiensis, scoperta durante operazioni di scavo, segna un valico fra la parte antica e la Piramide; tuttavia alla vista il discrimine è occultato e Passato e Presente si stringono in un legame antico e duraturo. 
All’interno del cimitero la vitalità del quartiere Testaccio sembra annullarsi, grazie ad una surreale sensazione di silenzio, di lontananza dal contingente contemporaneo così presente eppure così lontano dai pensieri di chi sceglie di immergersi all’interno delle mura, in compagnia di accoglienti “padroni di casa” mai indiscreti né impertinenti. Eppure, nonostante la loro riservatezza, questi pongono il passante nella condizione di interrogarsi: così la tomba riconduce al momento valoriale dell’esistenza, esaltata, esaltante, oppure no. Il memento mori di foscoliana discendenza qui si traduce nell’urgenza di afferrare ciò che di buono la vita dona per consegnarlo alla memoria ventura. 


La catena dell’essere si riconosce fra le tombe di uomini e donne per lo più sconosciute (sono quasi quattromila i sepolcri qui radunati) mentre pochi sono i nomi celebri. Fra questi eccovi artisti e studiosi strappati all’assopimento perpetuo grazie al dono dell’Arte, della Storia. Fra tutti, primeggia per fascino e fama il nome di John Keats, il poeta emblematico di tutto il Romanticismo di marca britannica che giunto a Roma per sfuggire la morte, dopo quattro mesi trascorsi in una casa che affaccia su Trinità dei Monti in Piazza di Spagna (l’attuale Keats-Shelley House) nel febbraio 1821 ha dovuto cedere all’inesorabile, appena venticinquenne. 

Here lies One 
whose name was writ in Water 

è l’iscrizione riportata sulla lapide del poeta, amico di Joseph Severn, che riposa al suo fianco. Entrambi sono sepolti nella parte antica del cimitero, insieme con il pittore danese Asmus Jacob Carstens (1754-1798), l’architetto americano William Rutherford Mead (1846-1928), William Shelley (1816-1819) figlio dei celeberrimi Percy e Mary Shelley. Inoltre in quest’area riposa il primo ospite dell’intero cimitero, uno studente di Oxford di nome George L. Langton, morto a seguito di un incidente a cavallo sulla via Flaminia, come riporta l’iscrizione sulla sua lapide, e qui sepolto nel 1738. 
Nella parte più grande e più affollata del parco segue una serie di tombe nazionali. Esse sono: la Swedish Grave, la Danish Grave, poi la Greek Grave, ancora la German Grave e infine la Tomba Comune Russa, a testimoniare una convivenza possibile solo a seguito della vita terrena, in un domani privo di divisioni, di distinzioni linguistiche e religiose.

Le violette, gli agrifogli e i cipressi del Cimitero di Testaccio fanno da scudo al riposato sonno anche di Percy B. Shelley, il Cor Cordium delle Lettere. La sua lapide reca una citazione dalla Tempesta di Shakespeare: 

Nothing of him that doth fade, 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange. 

Non distante è possibile incontrare Carlo Emilio Gadda, l’autore del Pasticciaccio, e ancora Antonio Gramsci e il giovane August, figlio di Johann Wolfgang Goethe “l'ultimo uomo universale a camminare sulla terra” (G. Eliot). La lapide del piccolo Goethe è impreziosita da un medaglione eseguito dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen, fra i massimi testimoni del neoclassicismo. 
Uomini e donne celebri e non, ognuno interessato alla conquista di un fazzoletto di terra dolce e magico per garantirsi un lieto aldilà ben radicati sulla Terra hanno scelto questo angolo di mondo. La promessa di una memoria non negata dalla negligenza di chi sopravvive, anelata e rincorsa, trova realizzazione fra le antiche mura che delimitano lo spazio e invitano i turisti, i passanti, i residenti a varcare la soglia per scoprire un al di là (e un aldilà) che è un al di qua: della vita vissuta qui e ora.
Camminare in questo luogo tutto da vivere e scoprire è un inno al tempo lento, posato e riposato incorniciato dalla Via Ostiensis e dalla Piramide. La tomba diventa allora un indicatore, un riflettore puntato sulle esistenze passate che non si pongono, come accade altrove, in qualità di monito o suffragio, ma invitano alla riflessione intorno a ciò che si è stati, si è, si sarebbe potuti essere.


giovedì 27 ottobre 2016

L’arte del silenzio raccolto di Hopper

di Carlo Maria Nardiello


Camminare fra le oltre 60 opere di Edward Hopper esposte al Vittoriano di Roma consente al visitatore di ascoltare e fare propria la voce dell’artista nell’attimo in cui questi sembra raccontare il proprio circuito emozionale, derivante dai viaggi e dall’osservazione pacata di una realtà altrimenti ignota. 
Colui che voleva semplicemente “rappresentare un raggio di sole posato su un muro” si è spinto oltre nella raffigurazione di una realtà traslata per il tramite di un occhio talvolta indiscreto, spesso solitario, quasi sempre fotografico.
Edward Hopper del giovanile periodo parigino, seguito agli studi accademici, conserverà l’allegro chiacchiericcio delle persone radunate ai tavolini dei caffè e la leggiadra spensieratezza che attiene all’ambito dell’intimità dei singoli, prima ancora che della società tutta.
Tornato nelle metropoli statunitensi, di questa leggerezza umana resterà ben poco: forse solo negli scorci dei nudi femminili segretamente catturati come attraverso lo spioncino di una porta, vero e proprio “mondo di mezzo” tra l’osservatore e il soggetto/oggetto della rappresentazione. È indiscutibile la citazione al modo di Degas di frugare nella quotidianità di donne normali rese eccezionali solo grazie al colore dell’artista vinto dal piacere voyeuristico della curiosità. 
Viene comunque da chiedersi: in che modo Hopper è diventato emblematico non di una breve stagione bensì di tutto il Novecento americano?
Certo è che nelle sue opere si riscontra un sapore narrativo altrove impossibile da leggere. Il grado di semplicità e di segretezza fruibile in ogni opera di Hopper, dalle giovanili alle più tarde, consente di calarsi totalmente nella volontà dell’artista di fermarsi difronte all’opera, di chiedersi le ragioni delle scelte operate, di incuriosirsi sulla vita privata dei protagonisti in primo piano. La capacità di raccontare storie senza svelarne la conclusione è ciò che rende Hopper un artista sempre attuale, perciò sempre nuovo e resistente alle tendenziose mode dell’arte, dalle quali si è sempre tenuto cautamente distante.
Edward Hopper cattura senza mai lasciarsi catturare dalle sue stesse trame: il punto di domanda che sorge spontaneo dinanzi ai ritratti borghesi di uomini e donne in ufficio o intenti a godersi il sole di una domenica mattina è la firma esistenziale di un artista semplicemente geniale. 
Se a questo concentrato di narrazione sviluppato in pochi centimetri di tela - anziché in centinaia di pagine romanzate - si aggiunge un uso della luce asservito alla propria volontà si coglie il più profondo motivo di attrazione verso ognuna delle opere dell’artista americano. Interni tipicamente borghesi, omologati e quasi assemblati serialmente, sono il naturale palcoscenico di esperienze umane della quotidianità, rubate con fare indiscreto eppure delicate nel silenzio irreale che le avvolge. Il solipsismo di marca hopperiana prende il sopravvento in tali scene, solo apparentemente distinte dalle raffigurazioni di esterni, siano essi naturali o urbani. Anche in questi casi, infatti, l’intangibile segreto custodito dalle donne sul portico di un’abitazione o da un faro spento calato nel verde di una sponda d’acqua rimane l’elemento trionfale e trionfante dell’intero allestimento scenico-narrativo.


Guardare dentro, guardare attraverso, guardare al di là: per Hopper non v’è differenza, nonostante l’accanimento di larga parte della critica ufficiale. Il pittore dipinge l’intimità più inaccessibile dell’uomo del Novecento, rinunciando però a qualsivoglia forma di denuncia o di polemica contro la modernità. E del resto non potrebbe spingersi fino a tanto, essendone egli stesso il cantore più sincero e acuto. 
C’è poi il tempo. Mai circostanziato, né racchiuso in brevi attimi irripetibili (come tante volte si è voluta etichettare questa o quella ispirazione artistica) ma un tempo dilatato, privo di riferimenti certi e avvolto in uno spazio parimenti amplificato grazie ad un ripetuto gioco tra un dentro (l’essenza dell’anima) e un fuori (estrinsecazione della fisicità “liquida”). 
La realtà di Edward Hopper comunica il prezioso dono del silenzio, troppe volte condannato, e che, invece, andrebbe recuperato a vantaggio di uno scavo interiore che l’artista, ancora oggi, invita a compiere.